LE 9 ARTI

       Il Fenice International Nine Arts Festival si propone di offrire una concreta possibilità di confronto tra artisti contemporanei provenienti da diversi contesti di formazione (pittura, scultura, architettura, musica, poesia, teatro, cinema, danza, fumetto). Negli ultimi anni, infatti, l’affermarsi di una diversa concezione di opera d’arte ha reso più fluidi i confini (si pensi, ad esempio, alla body art, all’arte concettuale o alla video arte), travalicando le demarcazioni consolidate a favore di una nuova comunicazione tra i settori. Il ricorso ai mezzi multimediali ha poi portato alla ricerca di una commistione di linguaggi e di tecniche, con il recupero tra l’altro di un dialogo con la scienza.
Sostanzialmente le arti nascono all’interno di una prospettiva unitaria, per cui la pittura e la scultura erano concepite come parti integranti dell’edificio architettonico, la poesia era accompagnata dalla musica e nel teatro ci si esprimeva in versi, poi, nel corso della storia si assiste a una progressiva specializzazione delle discipline e, di conseguenza, degli artisti. È soprattutto con il Romanticismo che si inizia a rivendicare il valore autonomo sia dell’arte in sé che delle singole modalità espressive. Si celebra così la musica quale manifestazione più alta perché priva di compromissioni con il sensibile esterno; nel campo della poesia si privilegia la lirica pura; la pittura esibisce, sulle soglie del Novecento, la bidimensionalità del quadro, definendosi tramite gli elementi che le sono propri (il colore e la forma), senza sentire più la necessità di imitare con la prospettiva il tutto tondo della scultura o i volumi dell’architettura.

       Nell’antichità classica il legame tra le arti era sottolineato dal fatto che le Muse, figlie di Zeus e Mnemosine, fossero sorelle. Esiodo ne fissò il numero e i nomi nella Teogonia, ma fu in età ellenistica e soprattutto in epoca romana che si stabilirono le specifiche sfere di competenza. Clio divenne così l’ispiratrice della poesia epica e poi della storia, Urania della poesia didascalica e dell’astronomia, Melpomene della tragedia, Talia della commedia, Tersicore della poesia corale e della danza, Erato della poesia amorosa, della geometria e della mimica, Calliope della poesia elegiaca, Euterpe della lirica monodica e dell’auletica, Polimnia della danza e del canto sacro. Dunque, in origine le Muse erano essenzialmente le ispiratrici di varie forme di poesia, con l’aggiunta di campi sviluppatisi poi al di fuori dell’ambito artistico, quali l’astronomia e la storia. Nel Medioevo il termine ‘arte’ era invece inerente alle corporazioni o alle discipline del trivio (grammatica, dialettica, retorica), che insieme a quelle del quadrivio (aritmetica, musica, geometria, astronomia) costituivano la base dell’insegnamento scolastico. È infatti nel corso del Settecento che l’idea di arte si lega indissolubilmente alle riflessioni di teoria estetica, prendendo in prestito dal francese la denominazione di ‘belle arti’.

Danza di Apollo con le Muse di Baldassarre Tommaso Peruzzi

       Nell’Ottocento, non a caso epoca delle grandi sistemazioni filosofiche, si registrano molteplici tentativi di classificazione, che solitamente mirano anche a stabilire una sorta di gerarchia in rapporto ai principi che reggono l’intero sistema speculativo. Nella dialettica hegeliana l’arte costituisce, in quanto manifestazione sensibile dell’assoluto, il momento tetico del progressivo processo di autocoscienza dell’Idea (gli altri due sono la religione e, all’apice, la filosofia). La logica triadica di tesi, antitesi e sintesi è riproposta anche all’interno dell’arte stessa, per cui vengono individuate una fase simbolica, una classica e una romantica. Se nel primo stadio la ricerca dell’espressione è ancora in fieri, dovendo pertanto servirsi di simboli, nell’arte classica forma e contenuto raggiungono il perfetto equilibrio, destinato però a spezzarsi una volta che, concepito Dio nella sua assolutezza, risulta necessario ricorrere nuovamente al simbolismo poiché nessuna forma sensibile è adatta a rappresentarlo. Queste tre fasi sono rappresentate rispettivamente dall’architettura, dalla scultura e infine da pittura, musica e poesia, ordinate tra l’altro secondo la decrescente necessità di supporti materiali. Per Schopenhauer, invece, la scala rispetta il grado di oggettivazione del Wille. L’architettura, che oltre a scaturire dalla materia inorganica non è neppure del tutto gratuita nel fine, vista la sua utilità pratica, occupa il posto più basso. Seguono pittura e scultura, l’una privilegiando il carattere, ossia il bello riferito all’individuo, l’altra il bello propriamente detto, riferito cioè alla specie; poi la poesia, che manifesta l’idea stessa di uomo e che culmina nella tragedia, dove è rappresentato l’intimo dissidio della volontà. Ma al di sopra di questa gerarchia si trova la musica, rivelazione della volontà senza mediazioni fenomeniche, nonché riscatto da ogni sofferenza perché capace di far cessare bisogni e desideri.

       Alle classificazioni ottocentesche e alla suddivisione lessinghiana tra arti dello spazio e arti del tempo si rifà, nei primi anni del Novecento, Ricciotto Canudo, fondatore dell’estetica cinematografica. In un periodo fervido di discussioni sulle possibilità del nuovo mezzo espressivo Canudo decretò il valore artistico del cinema. Già nell’ottobre del 1911 pubblicò sulla rivista filosofica «Les Entretiens Idéalistes» un articolo intitolato La naissance d’un sexième art, dove il cinema, sfruttando sia le coordinate dello spazio che quelle del tempo, è definito come arte plastica in movimento. È tuttavia in La leçon du cinéma, apparso su «L’Information» nell’ottobre del 1919, che Canudo corregge la denominazione precedente coniando l’appellativo di ‘settima arte’, rimasto poi a indicare per antonomasia il cinema. Questa teoria viene precisata nel Manifeste des Sept Arts, pubblicato sull’omonima «Gazette» il 25 gennaio 1923. Nel tentativo di riscattare la labilità umana in forme durature sorsero in un primo momento l’architettura e la musica, per arricchire le quali nacquero successivamente la scultura e la pittura, la danza e la poesia. A chiudere il sistema costituito dalle due arti originarie e dalle quattro complementari è dunque il cinema, poiché tutte le comprende in una prospettiva totale, che fonde principi statici e dinamici.

       Negli ultimi sessant’anni più discipline si sono contese il diritto di entrare a far parte del nuovo cerchio delle muse. Si pensi ad esempio al dibattito nato tra il novembre e il dicembre del 1945 su «Radiocorriere» (che, tra le altre, registra le opinioni di Bontempelli e di Migliorini) a proposito del posto da assegnare alla radio, giudicata ‘undecima musa’ nelle sue declinazioni del radioteatro o del fonomontaggio. Della fine degli anni Cinquanta è invece il libro di Gillo Dorfles Il divenire delle arti, che convalida, tra i tanti metodi fino ad allora prospettati (basati su logiche prevalentemente dicotomiche di maggiore/minore, puro/impuro, applicato/decorativo, spaziale/temporale), la distinzione fondata sulla diversità dei media, ossia dei materiali fisici utilizzati. Nel tracciare l’evoluzione interna a ciascuna arte, un primo raggruppamento è individuato nelle cosiddette arti visuali, costituite da pittura, scultura e architettura. Tenendo conto degli organi sensoriali principalmente coinvolti, la pittura è allora l’arte del colore, componente imprescindibile, benché si possa registrare un avvenuto passaggio da un uso tonale a uno timbrico. La scultura, capace di sollecitare oltre alla vista anche il tatto, nasce come raffigurazione dell’uomo e della natura e, nonostante le metamorfosi subite nell’età contemporanea, rappresenta ancora il tentativo di dar vita al simulacro di un organismo strutturato secondo una «modulazione spaziale [...] tangibile e tattile». L’architettura (e il disegno industriale), al posto di inserirsi nello spazio, lo comprende delimitandolo dall’interno e dall’esterno, per cui è l’arte della misura, volta altresì a unire il bello all’utile. Il mezzo della musica, a proposito della quale Gillo Dorfles si interroga se sia trasmettitrice di concetti (in quanto il suo linguaggio presenta una precisa morfologia e sintassi) o se si risolva in pure immagini sonore, è il «tempo incarnato nel suono». Alla base del teatro è invece una volontà di immediatezza comunicativa con il pubblico che nessuna altra forma offre. La danza, che in tempi ancestrali era integrata con teatro e musica, si serve del corpo umano, che tramite il movimento armonicamente regolato e l’estetica del gesto è in grado di esprimersi nella costruzione di uno schema plastico e dinamico. Seguono, nel corso della trattazione, le arti della parola, che si distinguono per i valori connotativi, la multisignificanza e la metaforicità da un uso meramente comunicativo della lingua. Infine il cinema, che ha come elementi tipici l’inquadratura e il montaggio e che trova i suoi prodromi nella fotografia, iniziatrice di una rivoluzione nelle arti figurative per l’introduzione di processi meccanici. Alla televisione, dove i momenti della ripresa, del montaggio e della proiezione si sovrappongono, è invece sostanzialmente negato un valore artistico.

       A collocare radio e televisione all’ottavo posto è Claude Beylie, che per primo propone per il fumetto la denominazione di ‘nona arte’ nell’articolo Il fumetto è un’arte?, uscito nel 1964 presso «Lettres et médecins». Smarrita la motivazione (la piena occupazione dei seggi precedenti), tale designazione viene poi ripresa nel libro-manifesto di Francis Lacassin Pour un neuvième art: la bande dessinée, entrando a far parte di una terminologia diffusa (tanto da dare il nome alla rivista «Neuvième Art»). Definitivamente accettati risultano dunque gli appellativi di settima e nona arte per il cinema e il fumetto, mentre nebulose rimangono le numerazioni delle prime sei arti e, soprattutto, vacante resta l’ottavo seggio. Per colmare la lacuna alcuni hanno proposto il teatro, inserito sub specie tragica nel campo della poesia da Schopenhauer o addirittura esautorato, da Canudo, da un provvisorio ruolo di conciliazione tra arti plastiche e dinamiche con l’avvento del cinema. Altri hanno invece suggerito la fotografia, altri ancora la radio e la televisione; oppure vi è chi ha aumentato il numero delle arti per comprendere tutte queste soluzioni.

       Il Fenice International Nine Arts Festival ha deciso di seguire la tradizione della nove arti, accogliendo il teatro tra gli interlocutori della rassegna, ma senza pretendere di prospettare una classificazione che stabilisca una rigida identificazione tra numero e arte. Da una parte risulta difficile e arbitrario indicare una sequenza per architettura, scultura, pittura, musica, danza e poesia; dall’altra, tentare una sistemazione tra cinema, teatro e fumetto non può che portare a un’aporia. Infatti, se lasciassimo il cinema al settimo posto e il fumetto al nono, il teatro, benché incomparabilmente più antico, risulterebbe anacronisticamente situato tra questi. Collocare il teatro al settimo gradino, spostando il cinema in avanti, significherebbe tuttavia rifiutare una consuetudine ormai consolidata, storicamente motivata nonché solidificatasi di libro in libro. Il dialogo che il Festival auspica incentiva del resto la fluidità dei confini, sottolineando le collaborazioni e i prestiti piuttosto che le distinzioni. Inoltre, in un presente in cui le nuove tecnologie danno adito a rimescolamenti, combinazioni inedite e interpolazioni diventa ancor più arduo (e improprio) cristallizzare gli ambiti d’azione delle varie arti. Potremmo infine asserire insieme a Lotman che l’esplosione di senso avviene proprio quando si cerca di trasporre un messaggio in un diverso linguaggio artistico. «Nella realtà l’arte parla sempre più lingue, tra le quali esistono rapporti di traducibilità incompleta o di completa intraducibilità» per il ricorso a codici differenti che condizionano inevitabilmente il significato dell’opera. E tuttavia è grazie a questo continuo tentativo di traduzione che si generano nuovi sensi.

Marica Romolini


Bibliografia degli autori citati:

Arthur Schopenhauer, Die Welt als Wille und Vorstellung, Lipsia, Brockhaus, 1818 [ma datata 1819]

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Vorlesungen über die Ästhetik, Lipsia, Duncker & Humblot, 1835-1838

Ricciotto Canudo, La naissance d’un sexième art, in «Les Entretiens Idéalistes», 25 ottobre 1911

R. Canudo, La leçon du cinéma, in «L’Information», 23 ottobre 1919

R. Canudo, Manifeste des Sept Arts, in «Gazette des Sept Arts», 25 gennaio 1923

Massimo Bontempelli, Radioteatro? No! Non ci credo, in «Radiocorriere», 2-8 dicembre 1945

Bruno Migliorini, Undecima o dodicesima?, in «Radiocorriere», 23-29 dicembre 1945

Gillo Dorfles, Il divenire delle arti, Torino, Einaudi, 1959 (citazioni da p. 129 e da p. 166)

Claude Beylie, Il fumetto è un’arte?, in «Lettres et medécins», settembre 1964

Francis Lacassin, Pour un neuvième art: la bande dessinée, Paris, Bourgois, 1971

Jurij Michailovičf0 Lotman, Cercare la strada. Modelli della cultura, introduzione di Maria Corti, trad. it. di Nicoletta Marcialis, Venezia, Marsilio, 1994 (citazione da p. 46)


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